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"Rispettare i patti fatti con Gheddafi"

“Dopo la caduta di Gheddafi, tutti si sono scordati della Libia. Cosa vuole il popolo libico? Ordine, istruzione, democrazia, come tutti i popoli del mondo. Vogliamo vivere. La Libia ha vissuto per 4 anni esperienze molto dure. Ho conosciuto molti terroristi. Non riesco nemmeno a chiamarli con questa parola, sono persone giovanissime, sperdute. Vogliono solo un po’ di istruzione in più, imparare le lingue, imparare un mestiere. Il caos che oggi c’è in Libia è dovuto al fatto che Gheddafi non ha fatto crescere alcuna società civile. Io stesso ho dovuto vivere in esilio, non sono potuto tornare in Libia nemmeno per seppellire mio padre. Cosa può fare l’Italia per stabilizzare la Libia, però?”.  Se lo chiede Mustafa Ali Rugibani, incaricato d’affari dell’ambasciata libica in Vaticano ospite della conferenza “Libia e il futuro della sicurezza nel Mediterraneo” organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, che si è tenuta ieri a Roma.

La sua risposta è semplice, ma al tempo stesso suona difficile alle orecchie della sofisticata politica europea: “L’interesse dell’Italia è quello della Libia e viceversa. Deve appoggiare al 100% il governo legittimo, senza ipocrisie. Come? Appoggiando l’esercito regolare. Si dice spesso che non vi sia un esercito vero e proprio. E’ falso: c’è eccome un esercito regolare, che risponde agli ordini del vero governo. Nell’Est della Libia, il governo opera pienamente, in tutti i settori. Da dove partono gli emigranti clandestini? Tutti dalla parte occidentale della Libia, dove dominano le milizie islamiche. E come fare a fermarli? Basterebbe tornare agli accordi stipulati dall’Italia con Gheddafi (nel 2010, con il governo Berlusconi, ndr). Perché non vengono messi in atto? Noi siamo fedeli ai nostri impegni presi. E voi? Vi siete dimenticati di questi accordi?”

La Nuova Bussola Quotidiana gli ha chiesto approfondimenti su quale politica debba seguire l’Italia per aiutare la Libia. Occorre riprendere la politica dei respingimenti? “Sì, noi accettiamo tutti gli accordi stipulati con Gheddafi – ci risponde – Quella deve essere la base, sulla quale si può costruire qualcosa di meglio”. Il governo attuale non ha più nulla a che vedere con il vecchio regime, ma “tutti i militari di Gheddafi lavorano con noi. Il vecchio dittatore ormai è morto. Questa storia è finita, ora dobbiamo pensare a una nuova Libia”.

Sulle responsabilità del vecchio regime, Rugibani non ha dubbi: “Il caos attuale è dovuto ai 40 anni di potere assoluto di Gheddafi. Non ha aiutato il popolo, non ha governato onestamente. Non ha nemmeno creato uno Stato, faceva solo gli interessi di se stesso e della sua famiglia e all’estero finanziava i gruppi terroristi in Africa. Ma dobbiamo iniziare da qualcosa. Questi accordi stipulati da Gheddafi con l’Italia sono un buon punto di partenza e si dovrebbe ripartire da quelli. E’ inutile ricominciare a discutere tutto dal principio, come coordinarsi con le forze dell’ordine italiane, sarebbe solo una perdita di tempo”. Sarebbe possibile costruire dei campi profughi in territorio libico? “Sì è possibile. Come è possibile pattugliare il mare, per impedire il traffico di armi. Poi si può controllare la costa. Si dovrebbe procedere gradualmente, passo dopo passo”. Su un possibile intervento militare italiano, o straniero in senso lato, invece, ritiene che sia “una cattiva idea e non necessaria. Quel che è necessario è, appunto, rafforzare le istituzioni legittime, la polizia regolare, l’esercito regolare della Libia”.

Quanto è grave la situazione dei cristiani nel paese? “E’ grave a Sirte, a Sabratha, a Tripoli e a Zuara. Queste città sono troppo pericolose per i cristiani. A Bengasi, invece, ora, l’ambiente è molto più sicuro. In Libia, comunque, non abbiamo mai avuto problemi con i cristiani. Ma i terroristi hanno preso i cristiani come capro espiatorio, per farsi propaganda e far proseliti, per farsi vedere più musulmani degli altri”.