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Roma e la Chiesa: dall'indifferenza alla persecuzione

tratto da: Sidney Z. EHLER, Breve storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, Vita e Pensiero, Milano 1961, p. 9-16

Non crediamo di fare una rivelazione affermando che il cristianesimo nacque in un mondo politicamente romano e culturalmente ellenico. Tuttavia, entrambe queste caratteristiche della civiltà del I secolo vogliono essere attentamente considerate da chiunque si accinga a studiare le relazioni del cristianesimo primitivo con lo Stato romano. Mentre però l'aspetto politico del problema era destinato a produrre effetti immediati sui rapporti in questione (giacché lo Stato non poteva non prender posizione nei confronti del nuovo culto), le conseguenze della cultura ellenistica si manifestano più tardi, dopo che il cristianesimo fu assurto a religione ufficiale dell'impero. Nello stesso tempo, esse furono causa di una graduale differenziazione nell'ambito della Chiesa stessa, dacché la cristianità orientale, profondamente ellenizzata, cominciò a distinguersi dalla latino-occidentale. Come apparirà chiaro nel capitolo seguente, tale processo fu ricco di conseguenze per i rapporti tra Chiesa e Stato soprattutto nell'impero bizantino.

Nell'atteggiamento dello Stato romano verso la Chiesa primitiva si possono distinguere tre momenti. Dapprima, esso ignora la nuova religione; successivamente la perseguita; infine l'accetta.

La fase iniziale fu di breve durata: essa termina con la vasta persecuzione neroniana del 60 d.C. Durante questo periodo le cognizioni dei Romani sulla nuova religione erano piuttosto limitate. Infatti, finché non la conobbero completamente, essa apparì loro come una delle tante sette sorte nel grande crogiuolo religioso del Medio Oriente. Né la sua origine palestinese poteva guadagnare al cristianesimo le simpatie dei Romani, che consideravano la Giudea come un «focolaio» di piccole, quanto fanatiche sette religiose, perpetuamente in lotta fra loro.

Un curioso racconto di Anatole France ci aiuta a capire l'indifferenza dei Romani del I secolo verso i cristiani. Ne «Le procurateur de Judée», Ponzio Pilato é dipinto come un vecchio che, ritiratosi dalla vita pubblica, cerca sollievo ai propri affanni in una stazione climatica ai piedi del Vesuvio. Colà egli incontra un vecchio amico che fu in Palestina con lui, e, rievocando insieme il passato, Ponzio Pilato deplora il carattere indomito degli Ebrei, tanto difficili da governare, ed intolleranti in materia di fede. Quante volte lo avevano sollecitato a pronunciare condanne a morte contro loro compatrioti per motivi religiosi! A questo punto, l'amico menziona una di quelle vittime quel Gesù di Nazareth di cui aveva inteso parlare, vagamente, quando viveva in Gerusalemme, sotto l'amministrazione di Pilato. Ma il vecchio governatore, dopo essersi sforzato di ricordare, risponde: «Gesù di Nazareth? No, non rammento...».

Per quanto possa apparire paradossale ad un cristiano, il racconto non é certo inverosimile. L'importanza che gli ambienti governativi romani annettevano alla morte di Nostro Signore e alla nascita della Chiesa era indubbiamente molto scarsa. Né mostrarono maggiore interesse allorché, verso la metà del I secolo, le prime comunità cristiane cominciarono a sorgere nella stessa Roma. Tuttavia, qualcosa, in esse, fini per attrarre l'attenzione delle autorità. I primi cristiani furono per lo più Ebrei convertitisi alla nuova fede, e così dovette essere anche a Roma. Ma la maggior parte dei numerosi Ebrei residenti nell'Urbe rimasero nell'ortodossia, e non rinunciarono ai loro odii settari. In particolare, presero a detestare gli Ebrei cristiani, e, come già i loro correligionari di Palestina, non persero occasione alcuna di denunciarli alle autorità. I cristiani, da parte loro, preferivano celebrare in segreto i propri riti, il che offrì ai delatori facili pretesti onde attribuir loro pratiche oscene e criminali. In tal modo, i cristiani vennero ben presto in fama di immorali e sovversivi tanto che fu facile a Nerone accusarli di misfatti verosimilmente perpetrati da lui stesso, come, ad esempio, l'incendio di Roma. Ebbe così inizio, nel 64, la prima persecuzione dei cristiani da parte dello Stato romano, che si protrasse fino al 68, quando Nerone fu costretto dall'indignazione popolare a porre fine alla propria vita col suicidio.

Ma la sua morte non migliorò la sorte dei cristiani, che continuarono ad essere considerati sospetti; sicché anche quando Nerone non fu più alla direzione dello Stato, la diffidenza nei loro confronti non venne mai meno. Basti un esempio: verso la fine del suo regno Nerone aveva dato tali segni di follia, che il primo atto del suo successore fu di abrogare tutte le leggi sue degli ultimi anni, ad eccezione del decreto di persecuzione dei cristiani. Purtroppo la curiosità dei posteri a proposito di tale editto é destinata a rimanere insoddisfatta, giacché esso non ci é stato conservato. Tuttavia, ripetiamo, esso fu omologato dai successori di Nerone, e dopo che la religione cristiana si fu ulteriormente diffusa, non solo non venne, abrogato, ma le autorità si irrigidirono nel loro atteggiamento di intransigenza verso i cristiani. Astrazion fatta dal sospetto generico di immoralità - fondato sulle note calunnie -, la ragione principale di tale ostilità era che i Romani in primo luogo non capivano, secondariamente non potevano ammettere il cristianesimo.

Il primo fatto nuovo era costituito dal proselitismo cristiano. I Romani tolleravano le numerose religioni dell'impero, ma pretendevano, come contropartita, la devozione leale dei seguaci di queste, i quali erano tenuti a rispettare i confini delle rispettive comunità nazionali, giusta la norma tradizionale che ogni città, ogni popolo, avevano una religione limitata ai membri della comunità stessa. A questo principio i Romani non si opposero mai, e spesso, anzi, fecero concessioni politiche considerevoli al sentimento religioso dei popoli soggetti. Ma nel caso del cristianesimo il problema si presentava diversamente: i Romani si trovarono di fronte ad una religione che non solo rifiutava una precisa definizione etnica, nazionale, o geografica, ma tendeva a diffondersi su tutto il territorio dell'impero, ad assorbirne tutti i popoli. Tendenza inammissibile per i Romani, che l'avversarono guidati da una sorta di istinto politico ispirato ad una plurisecolare pratica di governo. Nulla infatti era più incompatibile con quel principio del «divide et impera» sul quale essi avevano edificato ed amministrato un impero, nel quale un ruolo non secondario era svolto appunto dalle differenze religiose dei popoli soggetti. In ogni caso, la coscienza di questo pericolo entrò come componente essenziale nell'avversione dei Romani per il cristianesimo.

Più grave era tuttavia la seconda ragione che impediva allo Stato romano di accettare il cristianesimo. A questo punto é necessario correggere la precedente affermazione, che i Romani non interferivano nelle credenze religiose dei popoli assoggettati: in cambio della tolleranza accordata, le autorità esigevano, infatti, e da tutti i popoli dell'impero, anche un minimum di ossequio verso la religione ufficiale. Si tratta evidentemente di una condizione di notevole importanza politica, implicando il riconoscimento della divinità dell'imperatore da parte di tutti i sudditi dell'impero. In ciò essi vedevano un importante strumento onde conservare e promuovere la coesione politica dello Stato; il vincolo capace di unire saldamente l'autocrate a tutti i suoi sudditi. Perciò nessun compromesso poteva essere tollerato su questo punto. E da qui trae origine il dissidio fondamentale fra il cristianesimo e lo Stato romano, in tutta la sua drammatica inconciliabilità; é questa, insomma, la ragione per cui il cristianesimo non poteva essere accettato dallo Stato romano pagano. La fede che professavano impediva ai cristiani di credere in un Dio che non fosse il Padre celeste, di offrire a un uomo l'amore e l'adorazione dovuti a Dio. Umili, ubbidienti, pronti a sacrificarsi per lo Stato, quando veniva imposto loro il culto dell'imperatore rispondevano semplicemente: «Non possumus». D'altra parte, stanti l'importanza politica e l'obbligo giuridico di quel culto, le autorità interpretavano il rifiuto dei cristiani come un atto di ribellione contro la persona dell'imperatore, e contro lo Stato medesimo.

Tale, dunque, la posizione del cristianesimo di fronte allo Stato durante la seconda fase della sua esistenza: il periodo delle persecuzioni, che si protrasse per oltre duecentocinquant'anni, dalla prima persecuzione neroniana fino all'editto di Milano del 313, immediatamente successivo alla più terribile fra tutte, quella di Diocleziano. Durante tutto questo periodo, il cristianesimo fu «religio illicita», religione fuori legge. Le persecuzioni conobbero fasi più o meno violente; la diffusione e la sopravvivenza stessa del cristianesimo dipesero indubbiamente dal prevalere dei periodi di relativa distensione. Tra una persecuzione e l'altra, si situano infatti lunghi intervalli di relativa tranquillità, durante i quali fra i cristiani e lo Stato si stabiliva una sorta di tacito «modus vivendi», i cui termini si possono reperire in un documento abbastanza noto del 113. Si tratta di una lettera di istruzioni di Traiano a Plinio il Giovane, allora governatore della Bitinia (Asia Minore). Data la grande diffusione dei cristiani nella provincia, i pagani avevano chiesto al governatore di procedere spietatamente contro di loro. Plinio, tuttavia, poco convinto dai rapporti dei suoi consiglieri che gli dipingevano il cristianesimo come una religione che induceva al delitto i suoi seguaci, volle approfondire personalmente la questione, e nella relazione che inviò poi all'imperatore riconosce che l'unica colpa imputabile ai cristiani consiste nel rifiuto da essi sistematicamente opposto al culto imperiale. Le istruzioni di Traiano, che sono la risposta alla relazione di Plinio, possono essere così riassunte: i cristiani siano ignorati, ché se la loro religione é illegale, essi non sono cattivi sudditi; se denunciati, siano invitati a sacrificare alla statua dell'imperatore, e rilasciati se accettano, puniti con la morte se si rifiutano. Le denunce anonime non devono essere prese in considerazione.

L'importante documento definisce sinteticamente l'atteggiamento tenuto dallo Stato romano nei decenni precedenti il 113 e nel secolo successivo. Questa la politica seguita nelle fasi di «distensione». L'ultima persecuzione fu invece la più spietata: i magistrati ricevettero l'ordine di perseguire i cristiani senza attendere che fossero denunciati, e di valersi dei più efferati mezzi inquisitori. Ed incalcolabile fu il numero delle vittime.

Ma nei periodi stessi di relativa tolleranza, l'atteggiamento dello Stato costituisce un autentico paradosso giuridico: la religione cristiana é «illicita», eslege, e il professarla é reato passibile della pena di morte. Tuttavia, lo Stato lascia l'applicazione della legge all'iniziativa dei delatori. In altre parole: il cristiano può vivere indisturbato finché non venga denunciato, e anche in questo caso, può bloccare in qualsiasi momento la macchina della giustizia rinnegando Cristo ed acconsentendo ad adorare l'imperatore. A tale scopo, appunto, erano dirette le pressioni del magistrato, onde la procedura non aveva di mira tanto l'accertamento della colpevolezza e l'irrogazione della pena, quanto l'abiura e il conseguente proscioglimento dell'imputato.

Per quanto ciò possa apparire illogico, e nonostante le persecuzioni e gli stermini periodici, il cristianesimo pervenne a grande diffusione. Nel III secolo lo sviluppo delle comunità cristiane era tale, ormai, da costituire uno dei più grandi problemi di politica interna dell'impero. Alcuni imperatori si mostrarono piuttosto favorevoli ai cristiani, altri violentemente avversi; ogni tentativo di riconoscimento «de facto» fu seguito da feroci repressioni, finché giunse, nel 313, il famoso editto di Milano, col quale la controversia era risolta e sancita la legalità della religione cristiana.

Ebbe così termine il secondo periodo della storia dei rapporti fra la Chiesa e lo Stato romano.