Share |

Senza dimora: 60 mila in Italia

Il grande freddo ha appena ricordato all’Italia l’esistenza degli "invisibili", come ogni anno. Ora che il peggio sembra passato e con un calo sensibile delle vittime per il gelo tra i senza dimora, occorre riflettere su quali politiche sociali adottare, come il Parlamento europeo ha recentemente raccomandato a tutti gli Stati membri, e su come aiutare i cosiddetti "irriducibili" della strada che rifiutano ogni forma di ricovero notturna.
L’Italia ha, però, un’arma in più, perché entro giugno saprà esattamente quante sono le persone senza fissa dimora, grazie al censimento specifico dell’Istat, il primo nella storia del nostro Paese, condotto nei centri di aiuto grazie ai volontari dell’Agesci, della Caritas, della Comunità di Sant’Egidio e dei Salesiani.
Da quanto trapela sulle prime elaborazioni delle schede distribuite agli homeless, risulta che sulle strade del Belpaese vivono circa 50-60 mila persone, mentre almeno 200mila si sfamano ogni giorno nelle mense della carità italiane. Molti, italiani e stranieri, soffrono di disturbi psichiatrici e hanno dipendenze da sostanze. Sono presenze abituali ormai da una ventina d’anni, con un’età variabile dai 45 ai 65 anni, in prevalenza uomini. Ma il censimento lascia intuire le drammatiche novità portate nel mondo dell’emarginazione dalla crisi, che ha falcidiato la parte bassa del ceto medio e molti migranti.
Cresce così la schiera dei nuovi poveri, vale a dire i padri separati con reddito basso che, dovendo versare gli alimenti alla moglie e per i figli, non possono permettersi una casa propria, e i giovani migranti disoccupati che non possono tornare indietro per non perdere la reputazione per sempre. Senza contare gli anziani italiani con redditi bassi e i lavoratori poveri, i <+corsivo>working poor<+tondo> con salari da fame.
Non è finita. Lo scenario che emerge dal censimento è inquietante anche per quanto riguarda le famiglie. Ai servizi per senza dimora si rivolgono ormai interi nuclei familiari, prevalentemente stranieri, cui i servizi sociali pubblici non riescono a dare risposte adeguate e che non vogliono esporsi per non rischiare la perdita della tutela dei figli.
«Un altro elemento – spiega Paolo Pezzana, presidente della Fiopsd, federazione degli organismi per senza dimora – è la forte attrazione delle grandi città specie sugli italiani. Possiamo affermare che a Milano arriva il 75% dell’utenza lombarda, che da sola è il 43% di quella nazionale. E a Roma si concentra il 91% dell’utenza del Lazio, mentre Sicilia e Campania insieme raggiungono il 10% di quella nazionale».
Attrazione metropolitana dovuta alla centralizzazione dei servizi per homeless. Ma chi li paga? Questa forma di welfare che salva migliaia di vite umane è per metà privata. Dal censimento emerge che solo il 50% dei servizi per le persone senza dimora – puntualizza Pezzana – pur dedicati alla soddisfazione di bisogni primari, pur offrendo prestazioni necessarie alla sopravvivenza fisica, riceve finanziamenti pubblici. I nuovi servizi aperti negli ultimi anni sono quasi tutti mense e dormitori, o comunque servizi di distribuzione di beni di prima necessità e questo determina un evidente schiacciamento sull’emergenza dei sistemi locali di contrasto all’emarginazione piuttosto che sul reinserimento sociale. Ad esempio, il sostegno educativo ed economico, l’inserimento lavorativo e gli alloggi protetti risultano tutti in diminuzione».
Insomma, è sempre più difficile uscire dalla strada. E se per ordine di grandezza la nostra popolazione più povera è in linea con i partner europei come Germania e Francia, quanto a finanziamenti per aiutarla siamo molto lontani. A Parigi e a Berlino, il terzo settore riceve molto di più, almeno dieci volte tanto. I nostri servizi sono comunque all’altezza degli standard europei.
Altro dato saliente è la mancanza di posti letto pubblici e privati in tutta la Penisola. «I dormitori – commenta Paolo Pezzana – oggi servono un pubblico da cinque a venti volte inferiore rispetto a quello delle mense e dei servizi di distribuzione di indumenti. Dal censimento emerge chiaramente che questi ultimi e le mense sono utilizzati anche da poveri che hanno una casa, ma non le risorse sufficienti per arrivare a fine mese».
In attesa dei dati definitivi, come affrontare l’emergenza più forte, quella degli "irriducibili"? Quest’anno – risponde il presidente della Fiopsd – i Comuni hanno dimostrato maggiore sensibilità rispetto al passato, collaborando molto di più con il terzo settore. Con poche risorse aggiuntive possiamo affrontare da subito il problema degli "irriducibili" prevenendo i decessi da assideramento per il prossimo inverno. Però dobbiamo iniziare a lavorare domattina, non con l’assistenzialismo e con strutture d’emergenza, ma puntando sul volontariato. Con poche risorse dobbiamo costruire relazioni di fiducia con chi vive in strada abitualmente e rifiuta ogni rapporto. Occorre uno sforzo per formare volontari e operatori che si dedichino tutto l’anno alle persone che spontaneamente non andranno mai nei dormitori».