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Stati Uniti, la svolta interventista dei vescovi approda alla fase due

Scelta «politica» dei vescovi statunitensi. Alla scuola superiore della Santissima Trinità di Hicksville, il presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, cardinale Timothy Dolan annuncia la «fase due» della Chiesa Usa, schierata in quella che ha chiamato la «battaglia per la libertà religiosa”, contro le «intrusioni radicali e senza precedenti del governo nella coscienza dei credenti».
Del resto tre quarti dell’episcopato statunitense si è pubblicamente espresso in difesa della libertà religiosa nelle ultime settimane. Ai presuli Usa Benedetto XVI aveva raccomandato a fine gennaio «la preparazione di leader laici impegnati e la presentazione di un’articolazione convincente della visione cristiana dell’uomo e della società”. Ossia,“componenti essenziali della nuova evangelizzazione”. La Chiesa non esiste per far andare bene le cose del mondo ma per salvarlo e quando si propone di salvarlo allora contribuisce a fare andare bene anche le sue cose mondane. E tanti laici cristiani impegnati in politica intendono il loro lavoro come “componente essenziale della nuova evangelizzazione”.

Il dissenso dei vescovi Usa riguarda principalmente il provvedimento dell’amministrazione Obama che impone alle istituzioni cattoliche il finanziamento del piano sanitario nazionale, comprendente farmaci abortivi e sterilizzazione. «L’amministrazione Obama ha tracciato una linea nella sabbia senza precedenti», aveva dichiarato il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York e capo della Chiesa Usa, il giorno dell’approvazione del piano.«I vescovi cattolici sono impegnati a collaborare con i nostri compatrioti americani per riformare la legge e cambiare questa ingiusta norma”, ha affermato Dolan, che ricopre anche la carica di presidente della conferenza episcopale statunitense: «Continueremo a valutare tutte le implicazioni di questa sconcertante decisione».

Ma nel mirino del nuovo corso interventista dell’episcopato degli Stati Uniti non ci sono solo le scelte «eticamente inaccettabili» della Casa Bianca sul tema della contraccezione. L’arcivescovo di Miami, monsignor Thomas Wenski e cinque presuli della Florida, hanno recentemente inviato una lettera al governatore Rick Scott, chiedendo di sospendere l'esecuzione di Robert Waterhouse e commutare la condanna a morte con l'ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. “Questo provvedimento manifesterebbe la convinzione della dignità unica di ogni individuo e della santità della vita umana. Sarebbe riconoscere Dio come Signore della vita ed essere più coerenti con lo spirito del Vangelo” si legge nella lettera. La lettera manifesta la preoccupazione dei vescovi per l'aumento pianificato delle esecuzioni: da agosto 2011 sono una ogni tre mesi. Pertanto nella lettera chiedono al governatore di astenersi dal firmare nuove condanne a morte. “Chiediamo di studiare ciò che fanno negli altri Stati in cui ci sono altre opzioni (ma non la morte del prigioniero) per raggiungere l'obiettivo di tutelare la società e punire il criminale” hanno suggerito. «La Florida ha giustiziato 71 detenuti da quando è stata ristabilita la pena di morte nello Stato, nel 1976, e questa è la terza firmata dal governatore Scott dal gennaio 2011», riferisce l’agenzia vaticana «Fides».

La svolta «intervenista» dei presuli statunitensi trae origine dall’incontro, due mesi fa, in Vaticano con il Pontefice. «Il discorso che Benedetto XVI ha tenuto a fine gennaio ad un gruppo di vescovi degli Stati Uniti in visita ad limina può essere considerato una piccola summa del rapporto tra fede e politica e un invito ai credenti per un impegno coerente», commenta su «Zenit» Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale cardinale Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa: «Quattro insegnamenti stringati, di grande efficacia espressiva ed esportabili in qualsiasi altro contesto sociale e politico. Un esempio di chiarezza dottrinale e pratica». Il punto di partenza del Papa è stata l’idea che “La nostra tradizione non parla a partire da una fede cieca, bensì da una prospettiva razionale che lega il nostro impegno per costruire una società autenticamente giusta, umana e prospera alla nostra certezza fondamentale che l’universo possiede una logica interna accessibile alla ragione umana”. E’ il tema ratzingeriano per eccellenza: non siamo sperduti in un universo senza senso, dalla realtà emana una luce e un linguaggio che noi possiamo “capire” e che ha per noi valore prescrittivo: si tratta della legge naturale. Essa “non è una minaccia alla nostra libertà, bensì una “lingua” che ci permette di comprendere noi stessi e la verità del nostro essere, e di modellare in tal modo un mondo più giusto e più umano”. Quando ascoltano questa “lingua” i credenti ascoltano la stessa voce che ascolano anche tutti gli altri uomini, perché si tratta di una grammatica naturale.

I cristiani non solo non possono contraddire la legge naturale, ma pensano di doverne rinforzare il sostegno alla luce della rivelazione, perché “non esiste un regno di questioni terrene che possa essere sottratto al Creatore e al suo dominio”. Quest’ultima frase di Benedetto XVI riprende la Gaudium et spes del Vaticano II. «Come si sa, questa costituzione è stata spesso interpretata come se impostasse in modo nuovo rispetto alla tradizione precedente l’“autonomia” del mondo rispetto alla religione», puntualizza Fontana. L’esigenza della ragione di aprirsi alla fede va di pari passo con il compito della fede di confermare e purificare la ragione. Questo comporta, secondo quanto Benedetto XVI ha detto ai vescovi americani, che la Chiesa comprenda a tutti i livelli la gravità delle minacce che il moderno secolarismo pone a questo ruolo pubblico e che si manifestano soprattutto come limitazione della libertà di religione, tollerata al massimo come libertà di culto, ma non come libertà di coscienza (negli Stati Uniti i vescovi stanno conducendo una dura battaglia per l’obiezione di coscienza del personale sanitario in caso di aborto).
Comporta poi anche, e conseguentemente, la “necessità di mantenere un ordine civile chiaramente radicato nella tradizione giudaico-cristiana” e questo a sua volta richiede che i laici comprendano “la loro responsabilità personale di dare una testimonianza pubblica della loro fede, specialmente per quanto riguarda le grandi questioni morali del nostro tempo”.