Share |

Storia di Bakita:schiava santa fra gli schiavi

Dalla ricostruzione della sua vita si intuisce che la Santa Bakhita nacque verso il 1869 in uno sperduto villaggio del Sudan occidentale, l’odierno e tormentato  Darfur, dove trascorse serenamente gli anni dell’infanzia nella propria tribù di pastori e di agricoltori fino a circa sei anni. Il primo ricordo che conserverà di quel breve periodo felice è il rapimento della sorella maggiore, quando lei avrà avuto si e no quattro anni.

Bakhita era allora sfuggita per un soffio alla cattura, perchè proprio la sorella l’aveva nascosta sotto un mucchio di fieno. Ma dopo un paio d’anni le toccò analoga sorte: durante una razzia un predone arabo la rapì, e più lei tentava di divincolarsi più si abbatteva lo scudiscio sulle sue piccole gambe. Arrivata in un villaggio arabo, per giorni e giorni restò chiusa in una specie di porcile. Lo spavento che ne seguì impedì alla bambina di conservare il ricordo della sua precedente vita, tanto da dimenticare anche il suo nome: così uno dei predoni le attribuì, ironicamente, il nome di Bakhita, che voleva dire “felice”, “fortunata”. Venduta ad un mercante di schiavi, fu costretta a marciare in una carovana di uomini e donne legati con un collare di ferro ad una stanga rigida: andavano verso il nord del Sudan, allora controllato da Egiziani ed Ottomani. Erano gli anni immediatamente precedenti alla rivolta mahadista, quando i fondamentalisti musulmani in contrapposizione ai Turco-Egiziani, considerati troppo laicisti, conquistarono Khartoum massacrandovi tutti i residenti occidentali.Bakhita passò di mano in mano, finchè la ragazza fu comprata da un generale turco. Durante quelle peripezie – fra le tante – indelebile resta il ricordo di una scena straziante: “Una mamma portava in braccio il suo bambino di pochi mesi. Lo spavento e il dolore le avevano inaridito il seno: e il bambino chiedeva invano, con i suoi gemiti, il latte materno. Il padrone ingiunse alla madre di farlo tacere. Continuando il bambino a piangere, essi si infastidirono e si vendicarono percuotendo la donna. Poi il capo della carovana le strappò il bambino e con aria di sfida mostrò alla madre come egli lo avrebbe fatto tacere.

La povera madre diede un urlo e si lanciò contro l’arabo, ma questi, afferrato il bimbo per un piede, lo roteò nell’aria e, dopo aver cacciato via la madre, sfracellò la testa del bambino contro una grossa pietra Si vide allora la disperazione della madre diventare feroce.

Essa si avventò sull’uccisore graffiandolo con le unghie e mordendolo come una iena: ma questi, con colpi di staffile, la ridusse all’impotenza. Caduta al suolo, non fu più possibile rialzarla. Allora il capo infierì su di lei barbaramente fino a farla morire. Pochi istanti dopo la carovana riprese il cammino” (cfr.: Santa Giuseppina Bakhita, in: Ritratti di Santi, Antonio Sicari, Jaca Book, Milano, pag. 794).
Nella casa del generale Bakhita si rese conto di essere solo una delle tante schiave contro cui l’uomo scatenava le sue passioni più violente. Le schiave erano spesso frustate con delle verghe, fino a quando non si riempivano di piaghe. Anche le donne della casa non erano da meno quanto a crudeltà. Fra le molte angherie, spesso del tutto gratuite, vi era anche l’abitudine di incidere con un rasoio il corpo nudo delle giovani schiave, per ricavarne dei disegni sulla pelle: le labbra delle ferite venivano aperte e stropicciate ripetutamente con del sale, in modo che le cicatrici rimanessero sporgenti e quindi indelebili.
Racconta la futura santa: ” Portata la prima sul giaciglio viene il mio turno.

Non avevo fiato di muovermi, ma uno sguardo alla padrona e allo scudiscio alzato mi fecero piegare immediatamente a terra. La donna, avuto ordine di risparmiarmi la faccia, comincia a farmi sei tagli sul petto e poi sul ventre fino a sessanta. Sul braccio destro quarantotto.

Come mi sentissi non lo potrei dire. Mi pareva di morire ad ogni momento, specie quando mi stropicciò con il sale.
Immersa in un lago di sangue fui portata sul giaciglio dove per più ore non seppi più nulla di me.

Quando rinvenni mi vidi accanto le mie compagne, che al par di me soffrivano atrocemente. Per più di un mese tutte e tre fummo condannate a stare lì, distese sulla stuoia senza poterci muovere, senza una pezzuola con la quale asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale. Le cicatrici mi durano ancora. Posso proprio dire che non sono morta per un miracolo del Signore che mi destinava a migliori cose” (cfr.: Bakhita, di Roberto Italo Zanini, Edizioni San Paolo, 2000, pag.

In effetti non tutte le schiave riuscivano a sopravvivere a quella tortura Un’altra volta Bakhita fu chiamata direttamente dal padrone, che con tutta la sua forza iniziò a torcerle le mammelle, ” come fossero stracci lavati“. Per più giorni il turco ripetè quell’operazione, fino a modificare il seno di Bakhita, per lui troppo “spiccato”: “ Il padrone torceva questa mia carne già tanto martoriata e la premeva per sciogliere anche i più piccoli nodi, e io dovevo star ferma, altrimenti sarei stata anche frustata

Ora io sono come una tavola liscia” (cfr.: Santa Giuseppina Bakhita, in: Ritratti di Santi, Antonio Sicari, Jaca Book, Milano, pag. 796).
Nonostante ciò, per un puro caso che successivamente Bakhita non esiterà a considerare come un miracolo, non fu mai violentata. A Khartoum fu di nuovo venduta, ma la Provvidenza volle che l’acquirente fosse un occidentale: il console italiano nella città.
E la stessa Provvidenza volle che quel console la portasse con sè in Italia, e che ancora un’altra famiglia italiana, a cui era stata affidata, le facesse conoscere, quasi per caso, le suore canossiane di Venezia. Da lì alla scelta religiosa il passo fu breve, anche se assai osteggiato. La famiglia Michieli, che la aveva in consegna, voleva infatti riprendersi Bakhita per riportarla in Africa, dove era destinata a servire in un albergo di loro recente proprietà. Ricorda Bakhita: “Il reverendo superiore dell’Istituto, don Jacopo de’ Conti Avog adro di Soranzo, scrisse a Sua Eminenza il Patriarca Domenico Agostini sul da farsi. Questi ricorse al Procuratore del Re il quale mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo affatto libera ” (cfr.: Bakhita, di Roberto Italo Zanini, Edizioni San Paolo, 2000, pag. 72).

Così la ex-schiava Bakhita, che prenderà il nome di Suor Giuseppina, oramai libera, vivrà per lunghi anni a Schio. Qui potrà concludere i suoi giorni in convento, ammirata e amata dalle consorelle. Morirà l’8 febbraio 1947 a 78 anni.
Il 1° dicembre 1978 Giovanni Paolo II firmò il decreto sull’eroicità delle virtù della serva di Dio Giuseppina Bakhita e il 17 maggio 1992 la proclamò Beata.
Il 1° ottobre 2000 verrà iscritta nell’albo dei Santi.