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Un ricordo di Tonini, il "prete-giornalista"

Ho avuto la fortuna di conoscere il cardinal Ersilio Tonini nell’agosto 1994. Venne ad inaugurare, al seminario arcivescovile di Bedonia, nella Val Taro, un corso di introduzione al giornalismo coordinato da me e da altri. Si affezionò all’idea e tornò quasi tutti gli anni, fino al 2002, per tenere una conversazione agli allievi di quel corso, che mirava a formare giornalisti cristianamente ispirati e attenti alle novità della Chiesa e della professione. I suoi interventi rimangono scolpiti nella nostra memoria. Con immagini icastiche e con accostamenti immaginifici amava lanciare messaggi dirompenti che scuotevano le coscienze degli aspiranti giornalisti e comunicatori, trasmettendo loro lo stimolo a vivere la fede anche nell’esercizio quotidiano della professione.

A piangere la scomparsa del cardinal Ersilio Tonini, asceso al cielo nei giorni scorsi dopo 99 anni di intenso cammino terreno, non sono, dunque, solo i ravennati, i piacentini e gli uomini di Chiesa, ma anche tantissima gente comune che ha visto in lui un vero “comunicatore di Dio”, una mente eccelsa e vivace fino all’ultimo, che ha saputo porgere contenuti impegnativi con la docilità del pastore delle anime e la semplicità degli umili servitori della Chiesa.

Un “prete-giornalista”: così lo definivano in molti, in virtù del suo straordinario talento di cronista-commentatore, evidenziatosi fin dal secondo dopoguerra, quando assunse la direzione del settimanale diocesano di Piacenza. Da allora riuscì a trasformare il “Nuovo giornale” da un anonimo foglietto di parrocchia a un giornale di 13.000 copie, con una punta di 53.000 copie in occasione del numero dedicato ai risultati del voto del 2 giugno 1946. Nel 1991 è stato tra i protagonisti della trasmissione Rai “I dieci comandamenti all’italiana”, di Enzo Biagi, che difese all’epoca del famoso “editto bulgaro” pronunciato da Berlusconi. Nel 1996 criticò Maurizio Costanzo per aver ospitato Aldo Busi nel suo show e per avergli consentito di parlare in maniera anarchica di pedofilia. Qualche anno dopo, fu lui a confrontarsi con il sindaco di Roma e commissario per il Giubileo, Francesco Rutelli, proprio negli studi di Maurizio Costanzo, sul tema del cambio di millennio e della preparazione dell’Anno Santo.  Tonini fu anche opinionista per “Domenica In” e “Chiambretti night”, ma sempre senza farsi strumentalizzare e senza usare la tv per farsi pubblicità.

"Sono un nomade in viaggio per capire il nostro tempo". Così si definiva il cardinale Ersilio Tonini in un’intervista diversi anni fa, quando già aveva raggiunto la fama mediatica di “comunicatore di Dio”. Emblematica questa sua dichiarazione: "Io – diceva – cerco solo di testimoniare, di esprimere quello che penso. Adesso i giornali danno etichette a tutti e a me è toccata quella di “grande comunicatore”. Cosa significa? Mia madre ad esempio non andava alla radio o in tv, ma comunicava molto più di me. Il fatto è che viviamo in una società dove il valore è misurato dalla notorietà. Invece bisognerebbe essere noti per il valore". E se qualcuno gli chiedeva che impatto avessero su di lui le frequenti esposizioni mediatiche, lui non batteva ciglia: "Niente. Sono quello di prima. Se mi chiamano in tv, vado. Ma sempre con molta paura e trepidazione. E’ una cosa estremamente seria. Poi, durante le trasmissioni ritorno quello di prima. Ma vado in tv come vado quando mi invita il parroco di un paese di montagna. Io sono a disposizione di tutti".

Da queste parole si intuisce il significato che Tonini attribuiva alla comunicazione: uno strumento di dialogo, per condividere, mettere in comune, includere sempre nuovi soggetti in un perimetro virtuoso, e non per imporre dogmi o per parlare per slogan. I riflettori mediatici non hanno mai condizionato il cardinal Tonini, "estremamente moderno nel saper usare i mass media, la televisione in modo particolare, ma al tempo stesso estremamente fermo sui principi che enuncia" (commentò Giulio Andreotti). D’altronde era lo stesso Tonini a precisare che "il prete che parla in tv deve sempre ricordarsi che è un testimone, non un insegnante. Non conta tanto la verità di quel che si dice, ma il come lo si dice, l’ atteggiamento, il tono e se quel che racconta riflette la vita". E ancora: "Obiettivo della comunicazione è la conversione. La “rivelazione” è appunto la comunicazione di Dio all’uomo".

Che cosa resta, dunque dell’insegnamento del cardinal Tonini? Anzitutto, come detto, la sua straordinaria originalità nell’annunciare il Vangelo attraverso i media. In secondo luogo, la sua vicinanza concreta agli ultimi e il suo assiduo e incessante impegno per i poveri. Inoltre, le sue frequenti e trascinanti esternazioni in difesa della bellezza della famiglia naturale, tra uomo e donna, e contrarie alle adozioni gay, da lui definite “un torto irreparabile per i bambini”.

Ma in particolare è stato un innovatore del giornalismo, al quale ha indicato la strada del rispetto della Verità, senza scorciatoie né infingimenti né ipocrisie. Amava ripetere che il giornalismo "o fa parte della profezia oppure non ha ragione di essere". I giornalisti, secondo lui, avrebbero dovuto essere un po’ profeti, non nel senso di prevedere il futuro, bensì di raccontare opere e giorni in modo illuminato e illuminante. Lui ci è riuscito da par suo, “bucando” lo schermo, ma senza mai farsi risucchiare nel vortice perverso del degradante “circo mediatico”.