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Uomini, fate i padri

Una volta in questo giorno si festeggiava il papà e la Chiesa lo celebrava solennemente nell’effige esemplare di San Giuseppe.
Come dite? C’é ancora questa festa? Ah sì? Non si direbbe. Almeno contemplando questa società dove la figura paterna risulta sempre più sbiadita, se non addirittura, in molti casi, totalmente assente. Come d’altronde la figura stessa del maschio.
Oggigiorno, infatti, il modello proposto dalla cultura dominante è quella di un uomo svirilizzato, smembrato negli accessori a lui connaturali (quali la potenza, l’audacia, l’autorità, persino l’agonismo): è un maschio riplasmato ad immagine e somiglianza della femmina, che da par suo, invece, è stata in ogni modo virilizzata, se non nell’estetica quantomeno negli attributi, così da parificare i generi perché si possa infine affermare che essi, ormai indifferenziati, non esistano più.
È il trionfo dell’icona del maschio che si depila le sopracciglia: prodotto quasi scientifico di un’annosa militanza femminista, la quale, a furia di battaglie in nome di una pretesa assoluta parità dei sessi, alla fine è giunta ad evirare il maschio pur di vederlo assimilato alla donna. Così facendo, però, lo ha ridotto ad una caricatura, ad un’inconsistente ombra d’uomo, rinchiuso in un infantilismo irresponsabile ed egoista, tanto succube ed inetto da essere ormai incapace di soddisfare le sempre crescenti e sempre più volubili richieste del nuovo “sesso forte”.
Certo la crisi dell’uomo moderno ha prodromi antichi, probabilmente radicati ancora nell’ideologia illuminista, la quale ha sostituito la verace rivelazione cristiana di un Dio Padre, sostituendola tout-court con la divinità femminile della “dea ragione”: ha obliterato l’archetipo del Padre Creatore con lo stereotipo di “madre natura”. Qui in occidente la destrutturazione del sistema patriarcale ha forse il suo punto focale nel nefasto periodo delle due grandi guerre, le quali hanno giocoforza dato luogo ad almeno una generazione intera di maschi cresciuti quasi esclusivamente da donne, nella sostanziale assenza della figura paterna. Contemporaneamente, e per lo stesso motivo, almeno una generazione di femmine ha sperimentato nello stesso periodo una certa emancipazione dall’ambito strettamente domestico ed un barlume di indipendenza economica, avendo sostituito nei loro posti in fabbrica gli uomini impegnati nei conflitti bellici.
Il cosiddetto movimento di “liberazione sessuale” ha poi spianato la strada alla rivendicazione femminista di tutta quella serie di false libertà, punta di diamante della quale è il pretestuoso diritto all’aborto.
Il risultato è che l’uomo contemporaneo rimane ormai in totale balìa della donna: messo al mondo da donne, è accudito da donne che lo educano da donne, ponendolo al centro del loro mondo ed evitandogli ogni negazione. Istruiti in scuole che sono dominio quasi esclusivo di donne, i maschi sono sistematicamente surclassati da coetanee femmine dallo sviluppo sempre più precoce, per finire poi bambini cresciuti in un mondo isterico in cui le donne pretendono uomini utopici, che siano insieme virili e femminili, compendio d’un falso mito di chimerica, presunta, perfezione.
Si tratta, guardando la cosa in un’ottica profetica, della riproposizione in chiave moderna della medesima caduta dei progenitori: laddove il serpente antico, per perpetrare il suo piano di morte (la disfatta di quell’Adamo creato in grazia e dignità a somiglianza del Creatore), con l’astuta malizia che lo caratterizza, dopo aver studiato attentamente la prima coppia ha deciso di non rivolgersi direttamente all’uomo, colui che è stato fatto signore della Creazione e deputato alla sua custodia, ma ne ha aggirato il profilo, in un certo senso disconoscendone implicitamente la naturale autorità, e si è rivolto invece alla donna, colei alla quale, creata come aiuto simile all’uomo, è stata donata la signorìa sulla relazione e la custodia della generazione umana. Tale approccio, bisogna ammetterlo, è da professionista, poiché interloquisce la donna sul terreno a lei più congeniale, ossia quello del rapporto con l’altro, e coinvolgendola sul piano a lei naturalmente confacente della verbalizzazione le insinua il dubbio di non essere realmente libera, facendo leva su quel punto debole comune a tutto il ginogeo: la mania del controllo.
Convinta la donna che il frutto proibito le darà la capacità di controllare la sua vita autonomamente, emancipandosi dalla presunta oppressione di una divinità falsamente dipinta non come paterna, bensì patrigna, il gioco è fatto. Perché alla donna, che ha ormai mangiato, basta porgere del medesimo frutto anche all’uomo sul quale ha un naturale ascendente, e costui, abdicando supinamente alla regalità del ruolo assegnatogli da Dio, senza proferir verbo (com’è tipico del maschio), ne mangia anche lui.
Ecco: allora come oggi l’uomo che ha rinunciato alla sua responsabilità di padre putativo della creazione, fatto signore sul divino stampo, viene meno anche e soprattutto nel suo ruolo maschile, poiché lascia mano libera all’istinto femminile della manipolazione. La figura del maschio oggigiorno è in forte crisi poiché l’uomo, davanti alle false pretese di controllo della deriva femminista, per egoismo, codardia e pigrizia si è ritirato, rifiutando quel compito paterno per cui è stato creato e che costituisce la sua essenziale realizzazione. L’attentato di matrice demoniaca al modello progenitoriale ha trovato nella società attuale la sua esatta ricapitolazione, nella rottura di quel rapporto di paternità e figliolanza che lega Dio all’uomo e l’uomo all’uomo, castrando il maschio in ogni possibile desinenza, come ad esempio quello di privare la patria potestà del suo antico retaggio sul cognome, che è solo l’ultimo idiota attacco ad una figura, quella paterna, che si vuole obliterata perché propriamente immagine trascendente di quel vero Padre contro cui il nichilismo contemporaneo ha in realtà mosso guerra.
E personalmente credo che la salvezza per l’uomo sia oramai condizionata alla riscoperta di quell’atavico richiamo ad essere padre come rifrangenza dell’originale ed unico Padre. Forse proprio in questa sintesi il maschio può ancora recuperare la propria dimensione di uomo in senso veracemente Cristico: vivendo da un lato la paternità come veicolo privilegiato per la sua realizzazione personale e dall’altro come opportunità vera di comprendere la gioia della propria originaria figliolanza a Dio, rispondendo consapevolmente e coraggiosamente a quella vocazione adamitica che davvero compie l’uomo. Poiché così come al progenitore venne data dal Creatore la responsabilità sulle Sue creature perché desse loro il “nome”, medesimamente all’uomo che accoglie la sua prole viene data la responsabilità su di essa perché l’aiuti ad adempiere al proprio “destino” di figli di Dio. Tale perciò sia l’augurio per ogni uomo in questo giorno in cui si celebra la festa del papà, ché il vero compito di un padre verso i propri figli non è solo di metterli al mondo, ma soprattutto di farli ammettere al Cielo.