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Opere di Sant'Agostino

Le opere di Sant'Agostino sono più di trecento. Le più importanti sono: La Trinità (pietra miliare della teologia) del 419, Le Confessioni (la sua biografia) del 397, La grazia di Cristo e il peccato originale (418) e La città di Dio (413-427). Altri scritti importanti contro le eresie sono Contro i Manichei (388), Sul battesimo contro i Donatisti (401), Sulle gesta di Pelagio (417).

Sommario

Preambolo
1. L'esistenza di Dio
2. La creazione del tempo
3. Perché esiste il male?
4. Il peccato
5. L'imperfezione dell'uomo e la Grazia per predestinazione
6. La città di Dio
7. Risposte al Pelagianesimo e al Donatismo

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Preambolo
Sant'Agostino, tra i massimi esponenti della patristica cristiana, fu autore molto prolifico, la sua opera da un lato è rivolta all'approfondimento delle tematiche della fede, dall'altro alla difesa del significato originario del Cristianesimo, minacciato dalle eresie che ne minavano l'autenticità, ma furono da lui trattati anche altri temi importanti quali il concetto del tempo, i problemi etici connessi all'esistenza del male e alla sua presenza nella storia.
Si può riscontrare in Sant'Agostino una radice neoplatonica, laddove ammette l'inconoscibilità di Dio per via puramente razionale e si concentra sull'introspezione dell'anima, intesa come sede ultima e privilegiata per accedere alla comprensione del sacro. Certamente il suo pensiero si distingue da quello di San Tommaso, che quasi un millennio più tardi fonderà il suo sistema filosofico sulla radice aristotelica, meno mistica e più logica, incentrata sull'alleanza tra fede e ragione.

1. L'esistenza di Dio
Nel Soliloquia, un operetta composta nel 387, Sant'Agostino immagina un dialogo ideale tra lui e la ragione: Agostino desidera conoscere Dio e l'anima, la ragione dovrà dargli una risposta.
La ragione chiarisce da subito che per conoscere Dio occorre che sia presente in Agostino (qui nelle vesti di ambasciatore dell'umanità) l'idea stessa di Dio, occorre cioè che l'uomo sappia qual è la forma che deve assumere Dio per renderLo riconoscibile. Agostino ammette senz'altro che non ha idea del modo in cui Dio dovrebbe rendersi riconoscibile, in quanto è proprio ciò che gli preme indagare. "Quale cosa ho mai appreso che sia simile a Dio, in modo da poter dire: voglio intendere Dio così come intendo la tal cosa?". (Sant'Agostino, Soliloquia).
Nonostante ciò, la ragione promette di fornire una definizione di Dio per cui Egli stesso verrà mostrato e riconosciuto così come si mostra e si rende evidente qualcosa sotto la luce del sole, la ragione promette cioè di fornire una definizione di Dio per cui l'uomo non potrà che convenirne.
La fede. Innanzitutto occorre che la mente, sede della ragione ma anche dell'anima, sia mondata da ogni affanno terreno, da ogni "macchia corporea": l'atto mentale per cui ci si può avvicinare a Dio è un atto di puro intelletto. La consapevolezza di rendere puro lo sguardo dell'anima è rinchiuso nel discorso di fede. Infatti, l'anima non si preoccurebbe della purezza se non avesse fede che rimanendo pura potrebbe vedere cose che altrimenti le sarebbe impedito vedere.
La speranza. Ma vi sono menti che pur sapendo di poter concepire Dio (pur avendo fede), non riescono a svincolarsi completamente dall'influsso deleterio del corpo, per cui esse disperano di poter arrivare alla purezza necessaria e si abbandonano alla loro fragilità rinunciando a concepire Dio. Per superare questa incertezza occorre quindi che l'anima sia guidata dalla speranza.
L'amore. Ma pur avendo presente il concetto di fede e quello di speranza, se non si desidera l'oggetto stesso di quella fede e di quella speranza, l'anima resterebbe comunque muta alla luce che le si promette. E' necessario allora che nell'anima vi sia l'amore per Dio, ovvero il desiderio di accoglierLo entro la propria anima.
Queste sono dunque le tre condizioni per cui un'anima si può dire guarita dalla malattia terrena, per cui la verità sembra essere confinata entro i limiti delle cose mortali: solo se sono presenti la fede, la speranza e l'amore l'anima può realmente dirsi in grado di riconoscere Dio una volta mostratosi. Da questo si evince che per Agostino, la ragione non può nulla se non parte dalla fede, la fede stessa è la guida che impedisce alla ragione di percorrere i sentieri sbagliati: solo la fede può rendere vero il cammino della ragione, senza di essa, la ragione percorre l'errore.
Dunque con la fede l'uomo crede di poter arrivare a concepire Dio, con la speranza egli trova la forza per accoglierlo entro di sé e con l'amore desidera che le condizioni precedenti possano essere esaudite. Ma come dimostrare, una volta mondata l'anima dagli ostacoli che le impediscono di raggiungere la Verità, l'esistenza di Dio?
La ragione può finalmente mettersi all'opera: occorre ragionare sui termini "verità" e "vero". Ogni cosa che è vera ha in sé la Verità. Ma le cose vere scompaiono: gli uomini, gli oggetti, le cose del mondo, le quali sono vere perché si mostrano indubbiamente, scompaiono perché periscono o si distruggono. Pur scomparendo le cose che sono vere, la Verità comunque non scompare, continua a vivere "come la castità sopravvive alla morte di colui che è casto". Ma se una cosa esiste e continua ad esistere, occorre che tale cosa esista da qualche parte. La ragione dimostra ad Agostino come la Verità che sopravvive alle cose terrene non sia da cercare nel mondo terreno, la Verità è qualcosa che si trova al di là della materia, non muore con le cose che muoiono, la Verità è immortale. Ma visto che ogni cosa che è vera non può che avere in sé anche la Verità, ogni cosa che si mostra agli uomini (ogni cosa vera) partecipa alla Verità immortale e ultraterrena, ovvero, partecipa a Dio, il quale, indubbiamente, esiste. Risulta chiara in questa dimostrazione l'influenza del pensiero platonico.

2. La creazione del tempo
Uno dei temi più celebri della teologia agostiniana è legato al concetto del tempo. Agostino cerca di rispondere a questa domanda: se Dio ha creato il mondo, cosa faceva prima della creazione? E che cos'è in realtà il tempo?
Sant'Agostino dapprima rispose con la celebre battuta: "Dio stava preparando l'Inferno per le persone che vogliono indagare cose troppo profonde". Successivamente afferma che Dio, prima della creazione, non faceva nulla, perché se così non fosse stato avrebbe di certo creato qualcosa, ovvero il mondo. In particolare Dio creò con il mondo anche il tempo. Con questo si afferma quindi il necessario legame che esiste tra le cose presenti nello spazio e il tempo stesso, per cui il tempo trova significato solamente rispecchiandosi nella materia, e viceversa. Spazio e tempo sono quindi indubbiamente correlati tra loro.
Ma cos'è, dunque, il tempo? Il tempo percepito dagli uomini è un eterno presente, ovvero, se si può affermare che il presente esiste indubbiamente, non così per il passato e per il futuro, i quali non sono altro che proiezioni dell'animo umano. L'uomo infatti vive il passato come ricordo e il futuro come anticipazione, mentre il presente che vive lo percepisce intuitivamente come un reale continuativo e contingente. Di conseguenza, le tre dimensioni temporali dell'uomo sono il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro (memoria, intuito e anticipazione).

Esistono, quindi, realmente il passato e il futuro? Esiste realmente un tempo passato, che ci siamo lasciati alle spalle, ma reale ed esistente, e un tempo futuro, ancora da vivere, di cui non possiamo avere alcuna certezza? Per Agostino l'uomo è impossibilitato a vivere il passato e il futuro come condizioni reali, in effetti l'uomo vive il suo presente sempre e in ogni luogo, passato e futuro non possono che essere presenti in lui soltanto come proiezioni dell'anima, questo perché non è possibile a nessun uomo vivere contemporaneamente nel presente e in un altra dimensione temporale allo stesso tempo (si direbbe l'ennesima applicazione del principio di non contraddizione).
Ma Dio quale dimensione temporale abita? Dio, essendo eterno, abita il suo eterno presente e non è soggetto ad alcuna temporalità, in quanto si trova al di là della temporalità da Egli stesso creata. In accordo con la Bibbia, Sant'Agostino formula una concezione lineare del tempo: il tempo ha avuto inizio con la Creazione e terminerà con il Giudizio Universale, gli eventi scorrono in avanti sempre nella medesima direzione e senza possibilità di ritorno al passato. Tutto ciò che accade dall'inizio del tempo fino alla sua fine è unico e irripetibile.
Con questa visione del tempo Sant'Agostino certifica metafisicamente il passaggio epocale dall'assetto temporale dell'antichità, in cui si credeva alla ciclicità del tempo (si veda l'apocatastasi stoica), alla temporalità biblica di derivazione giudaica, in cui Dio crea il tempo come una successione lineare di eventi e si riserva la possibilità di porre fine ad esso.

3. Perché esiste il male?
Un altro problema essenziale della teologia di Agostino è la giustificazione dell'esistenza del male. Infatti, posto che Dio sia il Bene, ci si chiede perché abbia permesso l'esistenza del Male. Se Dio è bontà assoluta, come ha potuto creare un mondo in cui vi è anche spazio per il male?
Prima di tutto occorre porsi la domanda se il male esiste davvero: se non esistesse è comunque indubbio che il timore del male è esso stesso un male, anche se avere timore per qualcosa che non esiste sarebbe assurdo. Tuttavia esiste la possibilità, secondo Agostino, che il male sia nello stesso timore del male, qualora il male non esistesse ("Quindi o esiste un male, oggetto del nostro timore, o il male è il nostro stesso timore." Agostino, Le Confessioni).
E' possibile che il male sia nell'imperfezione della materia, a motivo del fatto che la Creazione divina è imperfetta rispetto alla perfezione del Creatore, in questo caso la possibilità del male è insita nella stessa materia priva di perfezione, per cui il male è connaturato alla materia, e quindi all'uomo.
Ma Agostino non può che constatare il fatto che se Dio è onnipotente, sommo bene, positività, l'esistenza reale del male non potrebbe spiegarsi se non attribuendo a Dio stesso la volontà del male: in altre parole, Dio onnipotente, qualora permettesse che nell'animo umano albergasse il male come entità presente e sostanziale, sarebbe creatore del male stesso e responsabile comunque della sua mancata rimozione.
Tutto questo porta Agostino a constatare che il male, in sé, non esiste. Ciò che l'uomo percepisce come male è in realtà il frutto di un allontanamento dal bene, per cui il male è constatabile solo per via negativa, ovvero come assenza del bene. Dio ha creato il mondo perché fosse un bene, l'esistenza del male è un'impossibilità.
Ma mentre l'uomo si allontana dal bene volontariamente (tema che sarà trattato più approfonditamente nel capitolo successivo), il male che viene dalle catastrofi naturali non porta con sé alcuna volontà di male: esse accadono in assenza di considerazioni etiche e possono venire capite solo se si allontana lo sguardo dalle sofferenze personali e si riconduce il tutto a una legge cosmica superiore.

4. Il peccato
Per chiarire la meccanica del peccato, ci viene in aiuto un passo contenuto ne Le Confessioni: il celebre furto delle pere, commesso da Agostino ancora ragazzo, allorquando, assieme ai suoi compagni di giochi, andò a rubare le pere dei vicini per il solo gusto di commettere una bravata.
Agostino nota come il furto sia stato commesso non per necessità, avendo nel suo proprio giardino frutta migliore che quella del vicino, ma per il semplice gusto di trasgredire la morale e provare l'ebrezza del peccato. Le pere, per la maggior parte, vennero date in pasto ai porci, solo in piccola parte gustata dai ragazzi, e nemmeno con troppa soddisfazione.
Questo episodio insegna che l'uomo si accinge a peccare per un impulso all'autoannientamento. Il peccatore non cerca principalmente l'oggetto del peccato, che è solo un mezzo per raggiungere il peccato in sé, ovvero ciò a cui veramente mira. Per Agostino il peccato è un'imitazione della potenza di Dio, un'imitazione impossibile, che si risolve in un tentativo maldestro di creare da sé nuove regole. Il peccato è una rivolta contro la potenza divina, ma, rivoltandosi, gli uomini non fanno altro che ribadire l'importanza e la potenza di colui a cui vogliono opporsi, ovvero, Dio.
Il peccato, come ogni forma di male, è allora un allontanamento dalla verità di Dio, la verità è già presente nelle nostre anime, ma per il fatto di essere fragili e insicuri, limitati, soggetti alla paura, gli uomini spesso si allontano dalla verità per sfida o per sentimento di autoannientamento: per Agostino questi tentativi umani di affrontare il buio dell'anima concedendosi ad esso per creare una sorta di abitudine e di assuefazione, sono destinati al fallimento. Il buio non si vince assuefandosi ad esso, il buio si vince avvicinandosi alla luce.

5. L'imperfezione dell'uomo e la Grazia per predestinazione
La meccanica del peccato secondo Agostino, insegna che l'uomo ha in sé la tendenza ad allontanarsi dal bene per superbia (l'uomo è peccatore perché vuole imitare la potenza di Dio). Mentre per gli antichi il male era frutto di un difetto di conoscenza (si veda Socrate), per Agostino e per la teologia cristiana, il male sarà il frutto di un atto volontario commesso dall'uomo: un capriccio.
L'uomo ha perduto la sua innocenza con Adamo, lo stato di precarietà che l'uomo vive dalla cacciata dall'Eden è causa di ogni tendenza all'allontanamento dal bene. Dio è massima perfezione, ma le sue creature non condividono lo stesso stato, l'uomo è ferito, fragile, incompleto. E in questa fragilità che la tentazione di sfidare la paura del male abbandonandosi al male stesso genera quell'allontanamento da Dio che è causa di ogni miseria morale.
Ma come può l'uomo salvare la propria anima? "Il giusto sarà salvato per la sua fede" scriveva San Paolo nella Epistola ai Romani. Molta parte della Chiesa interpretò e interpreta tuttora questa frase nel senso che l'uomo può salvarsi e raggiungere il Paradiso grazie alle buone opere di cui si può fregiare sulla terra, il Giudizio Universale sarà il momento in cui Dio assegnerà colpe e ricompense, grazia e dannazione, in ragione dell'operato dell'uomo. Tuttavia questa visione porterebbe a un paradosso teologico: se la Salvezza dell'uomo dipendesse dalla possibilità di scegliere le opere di bene, Dio non avrebbe più alcuna possibilità di esercitare la sua potenza sugli uomini, in quanto gli uomini stessi, in ragione delle proprie scelte di vita, sarebbero padroni del proprio destino. Tutto ciò ridurrebbe Dio a semplice certificatore della Salvezza.
Rispondendo all'eresia di Pelagio, che predicava la possibilità dell'uomo di salvarsi senza l'aiuto di Dio, essendo il peccato originale una colpa gravante sul solo Adamo, Agostino espone la dottrina della Predestinazione: solo Dio decide in piena autonomia chi salvare o no dalla dannazione, l'uomo non può che avere fede nella Salvezza, sapendo comunque che l'ultima parola sulla non può spettare ad altri che a Dio (la dottrina verrà poi ripresa da Lutero e dal Giansenismo).

6. La città di Dio
La città di Dio fu scritta da Agostino dopo il saccheggio di Roma da parte dei Goti di Alarico, nel 410 d.C. e risponde all'esigenza di dare un significato a quei terribili eventi che sembrarono segnare la fine della civiltà romana e porre l'inizio di un'epoca di imbarbarimento.
Con La città di Dio Agostino tratta organicamente e per la prima volta un tema assai importante, il tema del significato della storia degli uomini. Per gli antichi, come si è visto, il tempo era una successione ciclica di eventi, per cui a momenti favorevoli dovevano seguire, per una legge di giustizia e compensazione, momenti sfavorevoli. Agostino ribadisce invece la linearità di un tempo che non torna indietro ma che tende a un fine, quello della realizzazione di una società terrena improntata allo spirito cristiano. L'impero romano stava sì dunque crollando, ma tale crollo non significava la fine della civiltà, stava solo ponendo le basi di una società più giusta e migliore di quella romana, la civiltà cristiana. La storia, dunque, tendeva comunque a un lento e inesorabile miglioramento, a un fine.
Agostino afferma che esistono due forze contrastanti che agiscono nella storia, una lotta tra due regni: la città terrena e la città celeste. La città terrena è la città di Satana, corrisponde alla materia, al corpo, alle passioni terrene, la citta celeste è invece la città di Dio, la comunità dei giusti, promotori del bene. Tali città non sono da considerarsi come entità concrete, esse sono condizioni dello spirito umano, per cui la città terrena interpreta i bisogni impuri del corpo, i suoi istinti peggiori, essendo gli uomini votati al peccato e alla caducità delle cose materiali, mentre la città celeste interpreta i bisogni dell'anima votata al bene ed è la condizione degli uomini che vivono nella Grazia divina. Tuttavia non vi sono periodi della storia umana che hanno visto la vittoria definitiva di uno o dell'altro regno, la storia umana è lotta perenne di queste due tendenze che continuamente si fronteggiano.
Entro questa visione, l'impero romano rappresenta solo un episodio del piano divino che tende alla realizzazione della società cristiana: la pax romana e la confluenza delle lingue dell'Europa nel latino, hanno permesso al cristianesimo di creare le condizioni necessarie alla diffusione del suo messaggio di pace.
La città di Dio ribadisce la superiorità delle istituzioni religiose su quelle civili, un cambio epocale e politico su cui si fonderà il Medioevo, percorso dal lungo conflitto tra potere temporale e potere spirituale. Secondo Agostino, alla società cristiana spetta dunque il compito di realizzare in terra la città celeste, il regno dei giusti, una delle tappe di avvicinamento alla Salvezza.

7. Risposte al Pelagianesimo e al Donatismo
Sant'Agostino, come detto, scrisse alcuni libri in difesa del Cristianesimo, minacciato dalle eresie che ne minavano l'identità. Le risposte alle eresie ebbero il grande vantaggio di rafforzare l'assetto e la dottrina della neonata religione cattolica. Si inaugurò così l'alleanza tra ragione e necessità di confutare le tesi contrastanti il messaggio della Chiesa.
La risposta al Pelagianesimo. Il Pelagianesimo trae origine da Pelagio (350-425 d.C. circa), un monaco britannico. Egli sosteneva che la Salvezza dell'uomo non fosse nelle mani di Dio, ma che l'uomo dovesse arrivare da sé alla Salvezza, vivendo in modo giusto e dedicandosi alle buone opere. Pelagio affermava che il peccato originale non fosse connaturato all'uomo ma derivasse da un suo "disordine dei sensi", un errore accidentale, quindi, e non uno stato di necessità.

Agostino risponderà esponendo la dottrina della Predestinazione (vedi capitolo 5) e ribadendo che l'uomo è troppo fragile e lontano da Dio per poter credere di salvarsi autonomamente.
La risposta al Donatismo. Il Donatismo fu un'eresia particolarmente tenace, prese addirittura la forma del movimento scismatico. Le sue origini risalgono al periodo delle persecuzioni dei primi cristiani: il movimento predicava la necessità di una Chiesa fortemente elitaria e selettiva, composta da cristiani puri (non ammetteva infatti il rientro in seno alla Chiesa dei sacerdoti convertiti sotto persecuzione). Tutto ciò contrastava evidentemente con il carattere ecumenico del perdono cristiano.

Sant'Agostino sostenne che la Chiesa non poteva isolarsi e farsi elitaria, ma aveva anzi il dovere di aiutare l'uomo nel suo cammino spirituale. La Chiesa cristiana era universale e permetteva ad ogni singolo individuo, sia esso peccatore o giusto, di accedere a pieno titolo alla Salvezza.